Stabile Precario

Una giornata come le altre. Come tutte le altre.

Ti svegli la mattina e sai già quello che ti aspetta.

Il freddo che incontri non appena poggi i piedi sul pavimento, i primi lunghissimi secondi di dormiveglia, e poi il caffè che non sale e la caldaia che non parte, con Gennaio là fuori che comanda e non ne vuole sapere di abdicare, perché i giorni della merla devono ancora dire la loro e hanno voglia di divertirsi.

La doccia peggiora la situazione e spinge quel sonno ancora dormiente dentro il tuo corpo.

E poi ti vesti con la stessa voglia che avevi ieri e l’altro ieri, la mattina è sempre così, eviti di guardarti allo specchio, lo farai come sempre dopo le dieci del mattino, è un istinto di conservazione che ti porti dietro da un bel po’. Ti affacci alla finestra, i campi davanti a casa sono bianchi, il ghiaccio si scioglierà solo verso mezzogiorno, le strade luccicano sotto il riflesso dei lampioni ancora accesi, sono solo le sette e dieci del mattino e Borsano dorme, sembra che non voglia svegliarsi, senti di somigliarle.

Borsano e la piazza della chiesa, Borsano e il viale con gli alberi, Borsano e le scuole elementari, sei cresciuto qui, sembra passato così tanto tempo dall’ultima volta che ti sei fermato a pensare, ricordare.

È ora di infilarsi il cappellino, mettersi la giacca e girare le chiavi dentro la toppa, prima di farlo dai un’ultima occhiata alla stanza dei tuoi genitori. Mamma dorme a pancia in giù e scompare dietro i suoi capelli neri, papà riposa col solito respiro pesante, vorresti coprirgli meglio le spalle, proprio come farebbe un padre con un figlio ma desisti.

È tempo di andare, le ruote della macchina scivolano che è un piacere mentre la luce inizia a fare capolino al di là dei palazzi, ti è bastato uscire dal paese per vedere che in giro la civiltà sta camminando, ci sono macchine che ingolfano i viali, meglio prendere la solita strada a sinistra, si arriva prima alla stazione e si evita di litigare con qualche autista nervoso.

Trovi miracolosamente parcheggio vicino all’entrata. Che la giornata riservi qualcosa di buono?

Cammini verso il binario cinque, destinazione Milano, come sempre, come ogni giorno della tua vita da pendolare, non puoi rimediare a questa penitenza, non puoi dimenticare tutto il lavoro che ti aspetta al solito call center dove sgobbi da sei anni come uno stabile precario.

Arriva il treno, o meglio il carro bestiame, ti passa davanti regalandoti una folata gelida che questa volta scaccia per sempre le piccole briciole di Morfeo rimaste sulla tua pelle.

Il serpente d’acciaio si ferma, la gente si accalca all’entrata, è sempre così la mattina.

Sei scompartimenti per centinaia di persone, la sera invece dodici carrozze per quaranta cristiani.

Riesci a salire, con qualche spintone di troppo arrivi a prenderti il “lusso” di appoggiarti alla porta d’entrata, vorresti leggere ma non c’è spazio per aprire il tuo nuovo libro, dai un’occhiata e davanti a te vedi tutti i sedili occupati, persone in piedi accanto ad essi, come predatori pronti a catturare il sedile diventato libero. A Legnano la situazione peggiora, nessuno scende, tutti salgono, ora sei pressato come un tramezzino sottovuoto e l’inferno aumenta nelle campagne rhodensi dove il viaggio si interrompe per un po’. “Il treno è in arrivo alla stazione di Porta Garibaldi con un ritardo di 14 minuti, Trenitalia si scusa per il disagio”. Il convoglio entra lento dentro il binario, finalmente si apre la porta, ossigeno nuovo, ossigeno ferroso ti entra nei polmoni, qualcuno si accende una sigaretta, altri addentano un cornetto, altri ancora aprono un giornale che tu non compreresti mai.

Nell’aria c’è profumo di neve.

È iniziato un nuovo giorno.