Precariato

icona editoriale L’altra mattina ho aperto gli occhi, come sempre era molto tardi, poi con tutta calma ho dato una sistemata al mio viso reduce da una notte tormentata, infine sono sceso al bar per il solito caffè.

Il gestore continuava a sacramentare su questa Inter, della sua stagione piena di bassi e vuota di alti, io annuivo con la testa, pensando alla mia squadra del cuore, terzultima in classifica e senza società, fino a quando un grosso titolo in prima pagina ha rapito la mia debole attenzione.

“Governo Renzi, arriva il Jobs Act”.

E chi sarebbe costui? Un nuovo rapper, un film d’azione o addirittura un elettrodomestico di ultima generazione? Ma no, che dico, è semplicemente l’ennesimo puerile tentativo del governo di turno di nascondere la sporcizia sotto il tappeto, senza pensare ormai ai nugoli di ingiustizia che si sono creati sulla stoffa dei salotti buoni.

Il lungo articolo in seconda pagina descriveva l’assoluta bontà dell’iniziativa, roba da pacche sulle spalle, abbracci e saltelli da cheerleaders.

“Previsti ottanta euro in più dal mese di maggio per i cosiddetti co.co.co e co.co.pro”.

No, non sono versi onomatopeici quelli che avete appena letto, bensì veri e propri contratti a progetto, refrain sempre attuali per quelli come me che vivono in un mondo di call center e stabile precariato. Cari lettori, dovete sapere che faccio parte di un popolo senza terra, le nostre origini non provengono da una tavola, bensì da una legge sul lavoro applicata male e lavata purtroppo col sangue. Il mio, un popolo? No, ma che dico, forse un esercito senza comandanti perché è la paura a farla da padrone, soprattutto quando il calendario ci dice che il mese non è ancora finito, che le bollette colpiranno il conto corrente come farebbero le frecce di una faretra immaginaria, con il frigo che il venerdì sera è desolatamente vuoto e se ci gridi dentro puoi sentire l’eco.

Quelli come me affollano le strade di ogni città ma sono invisibili, nessuno ci vede, nessuno ci sente più da svariati anni, camminiamo come fantasmi grigi e rattoppati verso un posto di lavoro che per ora ha deciso di farci sentire utili alla causa.

Il risultato? Potremo pagare ancora una volta l’affitto, reclamato da un padrone di casa nervoso, a sua volta ammazzato dalle tasse.

I miei occhi continuavano a leggere il nuovo piano fiscale del governo, una parte della mia mente però non smetteva di pensare al pagamento a cottimo, tornato pericolosamente di moda in tutti i call center italiani. Più intervisti e più guadagni, più sforzi la voce e maggiori sono le possibilità di successo, di fare meglio.

Già, meglio.

Al servizio di coloro che quasi infastiditi pagano il magro stipendio, all’inizio di ogni mese.

Non certo per chi come me alla fine del turno esce con la gola spaccata, e la voglia di sotterrarsi sotto le coperte. E maledire il destino.

Ah, i precari.

Siamo la croce ma soprattutto la delizia di tutti i politici che si rispettino, loro si che sanno cogliere l’attimo, vanno avanti coi loro sproloqui sociali senza fermarsi mai, peggio di alcuni datati cantanti pop che ogni tanto rispolverano il vecchio successo per rimanere in pista.

A ogni elezione si parla di noi con la solita aria decisa e impegnata, perché siamo come una piaga piena di sale, come un burrone senza fine ma è sempre bello tornare di moda, un po’ come il cappone a Natale o le frittelle a carnevale, solo che noi non portiamo nessuna maschera, è davvero nostro quel viso pieno di rabbia che potete scorgere sul treno, in macchina o in fila al supermercato…dove da maggio in poi potremmo spendere quegli ottanta euro, destinati a “sconvolgere” la nostra vita.

 

Carlo Albè