Mi chiamo Autunno

A voi che continuate a guardarmi scuotendo la testa, voglio raccontare una storia.

Sono nato quando il sole ha capito che non avrebbe potuto splendere per sempre.

Ho aperto gli occhi mentre le strade si riempivano di ombra, con le foglie degli alberi pronte a staccarsi da un giorno all’altro, con le nuvole che mangiavano il cielo senza saziarsi mai.

Sono nato quando mi sono reso conto che ci sarebbe stato un filo di spazio anche per me, ho preso posto su una grande poltrona di velluto invecchiato, meditando la prossima mossa.

Se provi a guardarmi noterai che somiglio a un vecchio signore dall’aria distinta, alto, coi capelli bianchi e un cappotto nero così lungo da sfiorare il marciapiede.

Ho gli occhi color foglia e un viso chiaro, seminato qua e là dai segni del tempo, il mio naso spunta dalle guance color melograno e le labbra se ne rimangono serrate, perché non hanno motivo di aprirsi e parlare, visto che attorno a me non c’è mai qualcuno che abbia voglia di abbracciarmi.

Si, sono un vecchio signore e se mi prendi per mano noterai quanto sono magre e affusolate le mie dita, loro che hanno passato decenni a suonare un pianoforte immaginario, loro che conoscono a memoria il Notturno di Chopin, non hanno mai potuto stringere nulla.

Sono uno che nella vita ha studiato tutto quello che lo circondava, mi puoi trovare a fianco di un vecchio camino mentre osservo la legna che scoppietta, dentro i ricci delle castagne matte che la gente non smette di calpestare, in un bicchiere di vino rosso che scende lento nella gola, mi puoi scorgere seduto su di una panchina sbeccata e solitaria in mezzo a un parco dove i bambini non giocano più, o in fondo a un vecchia osteria piena di fumo e carte da gioco segnate.

Molti di voi vorrebbero chiudere gli occhi, dormire per mesi e poi risvegliarsi quando tutto sarà finito, in mezzo a una spiaggia piena di corpi stesi con la sabbia bollente sotto i piedi e un gelato pronto a sciogliersi, molti di voi sognano di vivere dove c’è sempre sole, baccano e incosciente spensieratezza. Mi spiace ma non è possibile e credetemi non dipende certo da me, perché se tutto fosse nelle mie mani avrei già deciso di prendere e andare alla ricerca di qualcuno che mi ami davvero, di qualcuno che non mi detesti per il semplice motivo di aver interrotto una vacanza sempre uguale.

Sono quello che sono e tutti mi chiamano “Noioso Autunno”.

La mattina vi accolgo bagnando di brina i campi che nessuno ara più e riempiendo di umidità le auto, l’unico oggetto indispensabile all’uomo moderno che esce di casa senza vedere quello che lo circonda. Gira la chiave della sua disperazione frenetica e senza pensarci, vola a lavoro.

Perché il vostro compito ormai è diventato quello di nascere, produrre, consumare e morire.

Alla fine dei pomeriggi festivi accompagnati dal sole pallido scendo in strada col mio mantello di nebbia, e costringo le famiglie a rinchiudersi in casa, ad accendere un fuoco e a stare insieme, mentre qualcuno dai baffi scoloriti avrà già buttato dei funghi, a cuocere col riso.

E la notte un quarto di luna viene a farmi compagnia, le stelle iniziano a bucare il cielo e coprono di luce tutto quello che fino a poco prima era spento, mentre il vento soffia sui tetti delle vostre case e le foglie per strada si spostano da un marciapiede all’altro, come in preda a un ballo dal quale non riescono a liberarsi.

Cari signori io sono l’autunno e da qui non me ne posso andare.

Non sono uno che supplica sopportazione perché ospite indesiderato, vi chiedo però solo per questa volta di imparare ad amarmi, di guardarmi negli occhi e di capire che in fondo non sono poi così male, perchè c’è sempre bisogno di un vecchio amico, capace di regalare ancora un sorriso.

 

Carlo Albè